Teli oscuranti e carta di riso

Sempre più spesso mi interrogo sulle ragioni e sul meccanismo che spinge verso la scrittura. Discorso ozioso, sotto un certo profilo, come se qualcuno volesse a tutti i costi razionalizzare l'amore e spiegarne i perché. Ho tuttavia imparato che anche i discorsi oziosi, in alcuni frangenti, hanno una loro utilità, fosse anche solo per decretarne a posteriori la scarsa valenza.
In una scena del film "Shakespeare in love", un giovane bardo in crisi creativa sancisce il principio che per scrivere serve una musa. Sottoscrivo pienamente, qualunque sia l'identità che vogliamo dare alla nostra ispiratrice: donna, fantasma, occasione o ambizione.
Tra gli scopi della scrittura ho da sempre inserito l'introspezione, anche se oggi mi interrogo se sia un obiettivo o una causa. Mi rendo infatti conto che, da sola, questa spinta verso se stessi non è sufficiente a ottenere una produzione letteraria degna di questo nome.
Conoscersi, intraprendere la strada del dubbio, porsi lo scopo di ricercare risposte, mettere alla prova le proprie convinzioni, rifiutare sia l'approccio aprioristico che quello relativista sono tappe fondamentali della ricerca di sé, ma non conducono necessariamente alla scrittura.
I risultati di questi sforzi, unitamente alle esperienze e ai frutti del vivere e delle occasioni di incontro e confronto con gli altri, non si tramutano automaticamente in narrativa. Possono restare ancorati, almeno in un primo momento, alla cronaca o al diario. Per compiere questo passo in avanti (o questa mutazione) è infatti necessario far convogliare pensieri e idee in una precisa direzione, appoggiarli su un'impalcatura, dotarli di struttura, affidarli a un mezzo narrativo.
Me ne rendo conto nelle occasioni in cui partecipo ai lavori delle giurie di concorsi letterari: troppi scritti sono riflessione e non racconto.
È allora che comprendo che non è solo importante il motivo che porta alla scrittura, che deve essere inevitabilmente sorretto dall'ispirazione, ma la forma e il mezzo, il tramite al quale ancorare i pensieri per trasformarli in storie.
Si dice che chi non vive non possa scrivere, che nel rapporto con gli altri lo scrittore agisca come una spugna, che si tramuta in un vampiro di esperienze ed emozioni. Le energie immagazzinate devono tuttavia trovare uno sfogo e una direzione che passa inevitabilmente attraverso la sublimazione del vissuto in narrazione. Questo processo mette di fronte ai lettori una realtà trasformata in intrattenimento più o meno impegnato, mentre regala a chi scrive la ricchissima opportunità di scorgere, tra le righe, sprazzi di vita celati da veli che in alcuni momenti si fanno pesanti come teli oscuranti, mentre in altri sono sottili e trasparenti come carta di riso. Sotto di essi, la verità. Al di là di essi, la narrazione.

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