Odio – giallo au contraire

La definizione che accompagna più spesso l’uscita di Odio è quella del “giallo al contrario”. Prima di parlare del “al contrario” mi concentro sul giallo. Ho sempre sostenuto di non amare questo genere. Quando spedivo le bozze di In prima persona le case editrici mi rispondevano “non è un giallo, non è un thriller, non lo pubblichiamo.” Ottima impostazione, davvero.
Odio ha alcune delle caratteristiche del giallo: c’è un cadavere, o meglio un morto, e c’è un colpevole. Chi pensa di leggere il libro e di arrivare solo all’ultima pagina prima di conoscere l’identità dell’assassino resterà deluso: è la prima cosa che rivelo. Pag. 1 Piero Scacchi, giovane imprenditore, in procinto di sposarsi con la sua bella Kym, è in prigione. È lui l’assassino e non ha timore di dirlo apertamente. È l’identità della vittima, e soprattutto i perché del tragico epilogo (o del tragico inizio?) a restare sconosciuti.
È risaputo che non sono un grande estimatore dei gialli. Ne ho letti tanti quando ero piccolo, lasciandomi coinvolgere nelle indagini di Agatha Christie o nelle atmosfere fumose di Sherlock Holmes. Ammetto che da quell’epoca lontana non ho quasi più frequentato questo genere. Penso di aver letto meno di dieci gialli in quasi venti anni. Forse è per questo che semplifico molto le cose e riduco questi romanzi a “un morto nelle prime dieci pagine, uno a metà del libro e la scoperta del colpevole all’ultima pagina”. Credo sia la stessa sindrome, inevitabile e piuttosto deprimente, che colpisce tutti coloro che si avvicinano a un romanzo di genere senza amare quel genere.
E poi mi atterrisce descrivere le indagini. Sono troppo influenzato dai telefilm che inondano la televisione. Nel mondo di CSI o del RIS basta un brandello di pelle o una particella minuscola per svelare non solo l’identità del colpevole, ma anche chi ha incontrato il 12 febbraio 1998, quando è andato l’ultima volta dall’urologo, per che squadra tifa e soprattutto cosa pensa della questione palestinese. Insomma, una vita dedotta da una cellula. Sherlock Holmes, a confronto, era un pivello, figuratevi i miei personaggi. Visto che non me la sento di confrontarmi con queste diavolerie dell’epoca moderna, l’espediente del giallo al contrario mi consente (tra l’altro) di saltare a piè pari la parte delle indagini.
E quindi il romanzo comincia con Piero che racconta ciò che gli è successo. Valuta se sia il caso di presentarsi dallo psichiatra del carcere o di bussare alla porta del cappellano. Alla fine sceglie il primo dei due: Piero non è alla ricerca né del perdono né della redenzione, ma solo di qualcuno che lo aiuti a ripercorrere insieme i fatti che l’hanno visto protagonista e a scoprirne i lati ancora oscuri.

Commenti

Betty ha detto…
Odio "ha" del giallo, ma è un romanzo. Molto prevedibile per essere un giallo, lo dico come complimento. Ed è uno dei primi libri che leggo senza spiluccare l'ultima pagina
Andrea Borla ha detto…
Ah, be', ci sono quattro personaggi... e uno è dichiaratamente l'assassino...

Eppure c'è più di una persona che continua a dirmi "ma io questo non l'avevo capito", "ma a me questo ha stupito molto", ecc."

Oh, meno male!

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