23/11/09

Crisi d’identità (1) – Maurizio Cometto


Mi ha fatto piacere. Davvero. È bello ricevere così tanti complimenti.
È cominciato tutto lunedì scorso,
giusto una settimana fa. “Bravo”, “Mi fa piacere”, “Continua così”, “Ottimo”, “Una bella conferma”. L’unica critica, anche se molto velata? Il titolo. Ma non da parte di tutti.
Vi ringrazio, vi ringrazio davvero. Sono quasi commosso di tanta partecipazione. Inutile dire che non la merito. No, non dico così per dire, ma nel senso letterale della frase: non la merito perché non ho fatto nulla.
No, non ho pubblicato un nuovo libro. No, l’Incrinarsi di una persistenza non è scritto da me.
Certo, capisco cosa ha ingenerato il malinteso. Due giornali locali hanno dato la notizia della presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Cometto (L’incrinarsi, per l’appunto) curata da me e hanno messo la mia foto a corredo degli articoli. Sarà la fretta, sarà la velocità del mondo moderno, ma molti non hanno approfondito: foto + nuovo libro + presentazione = complimenti ad Andrea per il suo nuovo romanzo!
Grazie. Ancora grazie. Lasciatemi però approfittare di questa occasione per qualche precisazione:


  • probabilmente la stampa locale non considera Maurizio Cometto particolarmente fotogenico e preferisce la mia foto alla sua (ed è tutto dire!);

  • i complimenti fanno piacere anche quando sono immotivati;

  • no, Maurizio Cometto non è il mio nuovo pseudonimo.

17/11/09

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13/11/09

Grey's Anatomy (Telefilm 4)

Uno dei personaggi di Grey's Anatomy (che, guarda caso, tiene un blog) ha passato cinque anni senza poter parlare. In quel periodo interagiva con gli altri attraverso dei post-it su cui aveva scritto "sì", "no" e soprattutto un determinante "eh?".
In questo periodo di scarsa propensione alla comunicazione con il prossimo, non posso che adeguarmi. Avendo tuttavia ben poche certezze, non dispongo di risposte così precise come "sì" e "no". Il massimo che mi concedo è un dubitativo "può darsi". Spero basti per tutti.

02/11/09

Donne di carta

Nel mondo della tecnologia non è importante avere le informazioni, ma sapere dove reperirle. Me lo sono ripetuto per anni, finendo per aumentare la mia incapacità a ricordare date e soprattutto nomi. Però riesco a battere sulla testiera con una velocità degna di una dattilografa di altri tempi.
Il mio opposto è rappresentato dalle Donne di carta, una congrega di signore-donne (e anche qualche signore-uomo) che imparano interi libri a memoria e li recitano al posto di leggerli. Degli eroi, insomma, o meglio degli Omero dei giorni nostri, solo con un quantitativo di RAM molto, molto maggiore dell’originale.
Più ci penso e più mi sento inadeguato: faccio fatica a ricordare anche solo una poesia, figuriamoci pagine e pagine di testo. Eppure le loro capacità mnemoniche, unite a una dedizione e un amore per la letteratura non comuni, mi sembra davvero un mix affascinante.
Anche adesso, che con grande imbarazzo scrivo e cancello e riscrivo e ricancello, provo invidia per loro. Loro saprebbero come finire questo post. Io, purtroppo, non me lo ricordo. Peccato: era un bel finale. Davvero.

30/10/09

Fumetti

Per uno strano fenomeno che non so spiegare, da qualche tempo a questa parte sembra che il mondo (almeno quello che parla della carta o tramite la carta) si sia accorto che i fumetti sono una forma di arte e non un passatempo da bambini.
La prima avvisaglia si è vista sul blog Letteratitudine di Massimo Maugeri, per continuare su Rai News 24, che ha dedicato una trasmissione di oltre un’ora al nuovo eroe bonelliano Greystorm, e fare tris con una pagina intera su La Stampa dedicata proprio a quest’ultimo personaggio.
Potrei dire che era ora, anzi, che sono tutti in ritardo, che è una rivincita per gli sguardi di derisione che certi intellettuali rivolgono da sempre alla mia collezione. Eppure mi interessa sottolineare altri due aspetti che ritengo più rilevanti.
Un’intelligente considerazione di Sergio Rossi su La Stampa ci fa notare che le mini serie a fumetti sono costruire per rispondere alle reazioni del mercato: se c’è riscontro si va avanti, mentre se i risultati non sono quelli attesi si chiude baracca dopo un tot di numeri. L’esatto contrario di quel che accade nei romanzi seriali (come gli ultimi sui vampiri) che proseguono e proseguono e proseguono una storia all’infinito.
La seconda è che il fumetto (italiano) e il telefilm sfruttano gli stessi meccanismi per fidelizzare il lettore/spettatore: un personaggio, avventure ricorrenti e autoconclusive, un filo conduttore che appassiona i più assidui ma che può essere ignorato dal fruitore casuale.
In America le cose sono molto diverse: il filo narrativo si dipana all’infinito con una crescente complessità, un elemento che galvanizza i lettori della prima ora e allontana quelli che vengono dopo. Così gli sceneggiatori sono costretti a inserire periodici starting point, dei veri e propri momenti in cui la storia si azzera e si può ricominciare da zero.
Sin dal primo episodio, i fumetti asiatici sono destinati a finire. Non c’è nessun eroe immortale e nessuna serie da cinquecento mesi di avventure. La vita finisce, e anche gli eroi seguono la stessa sorte.
Qui da noi, invece, passiamo il tempo a discutere se il fumetto ha la stessa dignità letteraria del romanzo, una discussione noiosa e inconcludente come quella della dignità poetica dei testi delle canzoni.
Non si potrebbe liquidare la cosa con un sonoro chissenefrega?