Voleva essere proprio quello: una chiacchierata tra amici sulla raccolta Pater Noster. E lo è stato. Ospitati da Hobbs’, che aveva già prestato le sue sale a una presentazione di Odio, grazie alla regia di Sergio Vallone, ho avuto la possibilità di:
dar corpo alla teoria del grimaldello: una ragazza dal pubblico ha chiesto come mai parlassi con poco entusiasmo dei gialli, nonostante ne avessi scritti un paio pure io, tra cui quello “in pillole” che costituisce il racconto Amen di Pater Noster. Ho risposto che, spesso, agli autori servono dei grimaldelli per arrivare al lettore, per riuscire a trasmettergli sensazioni e situazioni che, in altro modo, non sarebbero forse così ben accette. Il giallo è proprio uno di questi grimaldelli: facilita l’approccio del lettore e, quasi nonostante la sua volontà, diventa il mezzo per parlare di cose decisamente più serie rispetto a scoprire chi è l’ennesimo colpevole dell’ennesimo delitto.
scoprire che c’è ancora speranza per la lettura: dopo aver sentito della teoria del grimaldello, ed aver ricordato che Odio è un giallo al contrario, una ragazza esprime il seguente concetto: “C’è molta ironia dietro lo scrivere un giallo da usare principalmente come grimaldello, quando non si ama il genere”. Erano quattro o cinque anni che attendevo questo momento: qualcuno si accorgesse di un aspetto che pensavo evidente ma che, a conti fatti, tanto evidente non è. C’è ancora speranza, per la lettura, e anche per l’arte del comprendere.
forgiare un nuovo sottotitolo per Pater Noster:Il braccio violento della religione? No, meglio lasciar perdere: due sono più che sufficienti.
ringraziare una delle ragazze di Hobbs: o meglio, non sarei io a doverla ringraziare, ma due fanciulli che sono rimasti incastrati nella nostra chiacchierata e che attendevano uno spunto per filarsela a gambe levate. Ma non osavano, probabilmente per un eccesso di educazione. Ma al sentir pronunciare le parole “Volete ordinare ancora qualcosa?” hanno capito che il momento era giunto. Noi abbiamo ordinato. Loro due sono scappati. Tempismo, si chiama, tempismo.
26/04/11
17/04/11
Danilo Naretto e la concezione triste dell’allegria

Ricordo ancora quando, durante una presentazione, una voce dal pubblico mi disse che non era d’accordo con l’idea alla base del mio romanzo. Era In prima persona, e all’apparente vicinanza di alcune vicende al mondo reale mi veniva consigliato di contrapporre un certo distacco di spazio e di tempo. “Scrivi dell’Austria del ‘500!” fu la sentenza.
Mentre comincia la presentazione del romanzo La ciliegina all’occhiello di Danilo Naretto (Circolo Letture Corsare – giovedì 14 aprile), mi torna in mente quel pomeriggio di diversi anni fa. Non si tratta dell’Austria ma della Francia, non è il ‘500 ma il quattordicesimo secolo, ma il concetto è lo stesso: staccarsi da nostro mondo e dal nostro tempo per parlare proprio di quello che ci circonda.
Sullo sfondo della Guerra dei Cent’anni, con le stragi e i drammi di un conflitto passato di padre in figlio (e in nipote e in pronipote), immerso nell’aria ammorbata dalla Peste Nera, si dipanano le vicende di un Robin Hood francese, tal Raymond Francois Marie de Plafond, fuorilegge fuori e cavaliere dentro.
Il registro è scanzonato e ironico, con un gusto per il gioco con le parole che permea tutto il romanzo. Ed è proprio il registro (la forma) che ha dato origine al libro (la sostanza), quasi una sorta di test con il quale Naretto ha messo alla prova la possibilità di raccontare con ironia una storia ambientata in un secolo realmente oscuro, dove la morte, la sofferenza e l’esibizione della violenza sono parte stessa della quotidianità. L’uomo scopre così che la parte comunemente definita disumana è strettamente connaturata al suo essere.
Il riso è la prima reazione a cui è spinto il lettore, ma il divertimento lascia spazio alla riflessione in pagine o in semplici camei di aneddoti e considerazioni profonde. Perché è il riso a salvare l’uomo, a consentirgli di staccarsi dalla gravità del mondo. Un riso amaro, tuttavia, espressione di quella che Naretto definisce concezione triste dell’allegria.
Mentre comincia la presentazione del romanzo La ciliegina all’occhiello di Danilo Naretto (Circolo Letture Corsare – giovedì 14 aprile), mi torna in mente quel pomeriggio di diversi anni fa. Non si tratta dell’Austria ma della Francia, non è il ‘500 ma il quattordicesimo secolo, ma il concetto è lo stesso: staccarsi da nostro mondo e dal nostro tempo per parlare proprio di quello che ci circonda.
Sullo sfondo della Guerra dei Cent’anni, con le stragi e i drammi di un conflitto passato di padre in figlio (e in nipote e in pronipote), immerso nell’aria ammorbata dalla Peste Nera, si dipanano le vicende di un Robin Hood francese, tal Raymond Francois Marie de Plafond, fuorilegge fuori e cavaliere dentro.
Il registro è scanzonato e ironico, con un gusto per il gioco con le parole che permea tutto il romanzo. Ed è proprio il registro (la forma) che ha dato origine al libro (la sostanza), quasi una sorta di test con il quale Naretto ha messo alla prova la possibilità di raccontare con ironia una storia ambientata in un secolo realmente oscuro, dove la morte, la sofferenza e l’esibizione della violenza sono parte stessa della quotidianità. L’uomo scopre così che la parte comunemente definita disumana è strettamente connaturata al suo essere.
Il riso è la prima reazione a cui è spinto il lettore, ma il divertimento lascia spazio alla riflessione in pagine o in semplici camei di aneddoti e considerazioni profonde. Perché è il riso a salvare l’uomo, a consentirgli di staccarsi dalla gravità del mondo. Un riso amaro, tuttavia, espressione di quella che Naretto definisce concezione triste dell’allegria.
Iscriviti a:
Post (Atom)