Tempo fa dicevo di sentirmi esattamente come quegli scrivani ottocenteschi, a cui si rivolgeva chi, lontano da casa e intrappolato in un mondo senza telefono e internet, voleva dare notizie di sé e chiederne dei propri cari. Non che oggi, a secoli di distanza, le cose siano poi così diverse: “devo scrivere questo”, “vorrei dire questo”, “è necessario rispondere questo”. E giù fiumi di inchiostro (di stampante, ovviamente) per trasporre e tradurre pensieri, in un processo di decodifica, re-articolazione e rimontaggio che sa di ingegneria genetica. Ci si sente soli, quando ci si trasforma da soggetto attivo del processo creativo a soggetto passivo, tramite e mezzo di un pensiero che viene da altri e che deve rispettare stile e attitudine del committente. È probabilmente lo stesso sentimento che potrebbe provare un falsario che dipinge quadri originali sotto stretta dettatura del loro presunto autore. Eppure scopro che non sono solo, anzi, che lo stuolo di scrittori delle volontà altrui è...