27/03/11

Pensieri e giornali

“Piano italo-tedesco per la Libia”. Il titolo attrae immediatamente la mia attenzione, spaparanzato com’è, bello largo, a occupare tutta la prima pagina di un quotidiano nazionale. “L’ultima volta che l’Italia e la Germania hanno avuto un piano per la Libia” penso mentre mi siedo al tavolino del bar e prendo in mano il giornale “le cose non sono andate molto bene”.

Leggo, sfoglio, seguo i rimandi pagina dopo pagina, in una specie di caccia al tesoro. E così, senza volerlo, riscopro il piacere di concedermi un po’ di tempo e godermi la lettura di un giornale. Godermi, oddio, forse non è il verbo giusto. L’atto del leggere mi stuzzica e mi dà sollievo, il contenuto della lettura… be’, quello è tutta un’altra storia. Quasi a voler disegnare un fil rouge con la storia (intesa come “argomento”) della Libia, ecco un articolo su Alessandra Mussolini. “Sarà qualcosa sulla difesa delle donne” penso. Non proprio. Questa volta la nostra si scaglia contro Bianca Balti (chi?), la nuova testimonial della TIM, quella che ha soffittato Belen, prendendone il posto e, in parte, lo stipendio. Troppo scollacciata? Troppo sensuale? Troppe donne mercificate? No, non è colpa di quella cosa lì, ma di questioni ben più alte. “Non ci posso credere che abbia veramente detto una cosa simile” tuona Alessandra. “Chissà cos’ha detto” penso mentre ripasso il frasario della nostra Mussolini. Leggo che la velina ha osato scrivere, sulla sua pagina di Facebook, “Porca Italia”. “E riferendosi a chi?” penso. “Ha insultato la maggioranza degli italiani che con convinzione ha votato il nostro premier” spiega la Mussolini. Oddio, sono veramente nei guai. Una delle ultime cose che ho scritto su Facebook è “voglio avere successo senza far nulla per meritarmelo”. Ho insultato qualcuno anch’io? “Hai scritto un libro?”. In prima pagina, francobollato nell’angolo basso e illuminato da un irritante sfondo rosso, una casa editrice promette di valutare manoscritti. “Con attenzione letteraria” aggiungo sorridendo. Cambiano i nomi, i recapiti telefonici, ma la minestra è sempre la stessa, riscaldata di volta in volta. Non c’è più un concorso che vincono tutti, a prescindere, ma qualcuno che “valuta” per poi formulare una “proposta editoriale”. A leggere tra le righe c’è una maggiore schiettezza rispetto al passato, ma da qui alla sana editoria ce ne passa ancora.
Mi consolo leggendo un trafiletto su Pater Noster uscito su Il Punto City Life, un magazine di Torino. Poi torno al quotidiano di prima e volto una pagina dopo l’altra, fino a scoprire un piccolo articolo sugli ebook. Classifiche, recensioni, annunci di libri di comici in formato digitale (digitali… i libri, non i comici). Ho già detto che non sono un appassionato degli ebook (e, tra parentesi, non credo che siano la tomba delle piccole case editrici). E non sono nemmeno un fan del melafonino, di cui posso elencare con destrezza carenze e difetti per quasi un’ora. Su una cosa, però, devo ricredermi: sull’iphone si può leggere e sfogliare senza cavarsi gli occhi. È proprio il caso di dire vedere per credere. Arrivo alla fine senza nemmeno accorgermi di aver acquisito la stessa indole dei giornalisti, quella malsana mania di creare nuove parole ed espressioni, un po’ per attirare l’attenzione, un po’ per generare improbabili tormentoni, un po’ per crogiolarsi nell’eco della propria voce. Il titolo spaparanzato, la pubblicità francobollata, la velina soffittata… “Alcuni parlamentari tentano di cangurare la linea che divide maggioranza e opposizione” leggo. Chiudo il giornale e lo appoggio sul tavolo, facendo spazio tra tazzine, cucchiaini e un rimasuglio di torta. Seppellisco quelle parole con il peso di un macigno, anche se un dubbio mi rimane: ma che cazzo vuol dire cangurare?

20/03/11

Prima la q, poi la u (A squola 6)

Mi stupisco quando penso a quante regole mi hanno insegnato e ho metabolizzato e applico senza saperlo e noto che altri non applicano. La chiamano educazione, lo so, ma la sua forza mi disarma ogni volta che ne scopro i risvolti più celati.
Mentre questi pensieri mi frullano per la testa, il nipote più piccolo (che chiameremo Nuovo Nipote) mi guarda e sbava. Tira su col naso e mi indica con un dito. E non è un dito a caso: è l’indice, che un po’ mi accusa e un po’ mi richiama all’ordine.
Il nipote medio (che chiameremo Nipote di Mezzo, come la terra di Tolkien) sta facendo i compiti. “Prima la q, poi la u” canticchia. “Cosa fai di bello?” chiedo. “Ripasso” risponde. “Cosa?”. “Le parole capricciose”. Lo dice con un tono che non ammette repliche: “dovresti sapere cosa sono” sembra sottintendere. E io, in palese difficoltà, sottintendo.
Nuovo Nipote sbatte una scatola di latta per terra. Lo fa per attirare la mia attenzione. E infatti, quando gliela accordo, mi delizia con un spettacolo tutto per me: si infila in bocca, una dopo l’altra, delle bustine di the di diversi colori. Qualcosa mi dice che dovrei farlo smettere ma, devo ammetterlo, la cosa mi diverte alquanto. E anche lui sembra divertirsi un sacco.
“E quali sono le parole non capricciose?” chiedo a Nipote di Mezzo, utilizzando una geniale tecnica per aggirare l’ostacolo. “Tutte quelle che hanno la q, poi la u e poi la vocale che vuoi tu!”. Solo adesso comprendo il significato della filastrocca. “Qua…derno, que…stura, qui…ntale, quo…ziente” elenco mentre lui annuisce. “E quelle capricciose sono quelle che dovrebbero avere la q ma…” prova a spiegarmi.
Nuovo Nipote si riprende il palcoscenico. La latta sbatte a terra mentre le bustine di the ricominciano a transitare tra le sue labbra. C’è qualcosa di sbagliato nel mio atteggiamento, ma mi limito a guardarlo deliziato.
“E quali sono?” butto lì a Nipote di Mezzo tanto per vedere se abbocca. “Cuoco, cuoio, cuore e scuola” risponde meccanicamente.
Ah, l’educazione! Quando Nipote di Mezzo mi sciorina la regola, mi accorgo di applicarla senza nemmeno ricordarmi di conoscerla. Mi sforzo ma non mi viene in mente né se né quando la maestra me l’ha insegnata. Una sola cosa è certa: nel libro di Gigliola Magnetti non c’era. Ciliegia-gie ma niente cuore e cuoco.
Che strano: sembra ieri che il nipote grande (che chiameremo Primo Nipote) imparava a scrivere in Times New Roman, mentre adesso Nipote di Mezzo mi insegna le regole di grammatica. Chissà cosa succederà quando Nuovo Nipote si siederà sui banchi di scuola?
Nuovo Nipote è molto arrabbiato perché non lo considero come vorrebbe. Esprime tutto il suo disappunto agitando il dito indice. No, no, no, sembra fare. Mi chiedo cosa farà quando avrà anche lui l’età di Primo Nipote o di Nipote di Mezzo. Anche allora, sono sicuro, esprimerà il suo disappunto nei miei confronti mostrandomi un dito. Qualcosa però mi dice che, in quell’occasione, non sarà un innocuo dito indice.

04/03/11

Scoramento (Sfogo n.1)

Sono sempre più convinto che la ricerca di un equilibrio tra l'autoaffermazione e l'umiltà porti a svilire la richiesta di quanto ci è dovuto come equa contropartita del nostro impegno. Al contempo, il confronto con chi si comporta in maniera del tutto opposta, e antepone il proprio ego a una evidente scarsità di mezzi , competenze, conoscenze e idee, mi appare sempre più sconfortante: sembra che vincano ogni giorno coloro che non dovrebbero nemmeno avere possibilità di gareggiare.
Il divario tra queste due contrapposte visioni appare incolmabile e genera in me il dubbio (concreto) che il giusto modo di comportarsi e di pensare sia l’esatto opposto di quello che ho scelto. Questa crescente consapevolezza è spiazzante e, al contempo, difficile da gestire per chi è abituato a stare un passo indietro e pensare, piuttosto che esporsi e gonfiarsi d’aria solo per il gusto di sentirsi pieni.
La soluzione potrebbe anche essere più semplice di quel che sembra: appagare, a prescindere da tutti e tutto, il proprio orgoglio e mandare in soffitta tanti principi cristiani ed educativi che ci hanno inculcato l’idea che “dimesso” è sempre preferibile ad “altezzoso”, che “altruista” è meglio di “egoista”, che “il prossimo” viene prima di “io” e che andare piano è l’unico modo per ritrovarsi, a posteriori, sani e lontani. Insomma, prendere oggi e a prescindere, tutto ciò che si può prendere, piuttosto che attendere di consolidare ciò che potrebbe anche non venire. È il viatico dell’uovo oggi, tanto per semplificare.
In questa marea di dubbi e confusione da astinenza di autoconsiderazione che mi assale, una sola cosa è certa: “inculcare” ha evidentemente una c di troppo.