30/12/10

Antonio Caprarica - Papaveri e Papere

Concludiamo l'anno, così, senza saper dire se in bellezza o meno. Si vedrà. Le congiunzioni astrali del 2011 sembrano molto infauste, soprattutto per chi crede agli astri. Io sono tra quelli.
Per congedarmi dal 2010 scelgo una nuova lettera per un quasi consueto destinatario, Antonio Caprarica, a cui non mi trattengo dal comunicare, libro dopo libro, i pensieri derivanti dalla lettura. Stima e gratitudine eterna. E buon anno.
Egr. Direttore,

con colpevole ritardo rispetto all’uscita in libreria, ho appena terminato la lettura di “Papaveri & papere”, la sua storia universale delle gaffe dei potenti. Come ormai di consueto, non resisto dal metterla al corrente sulle riflessioni che il volume mi ha suscitato.

Sono bastate meno di dieci pagine per rendermi conto di provare una buona dose di solidarietà verso Joe Biden, l’attuale vice presidente americano. Qualche tempo fa sono arrivato in anticipo a una riunione e ho chiamato una delle persone che dovevano incontrare chiedendole di presentarsi il prima possibile: un altra appuntamento mi attendeva da lì a poco e non potevo trattenermi a lungo. Quando il mio interlocutore è arrivato, ho esordito con un distensivo “Mi spiace di averti fatto correre”. “Magari” mi ha risposto lui, mentre spingeva con le mani sulle ruote della carrozzina. In quel momento ho capito di agognare, in cuor mio, l’invenzione di un pulsante del teletrasporto.

La carrellata di politici che presenta nel libro mi ha fatto venire ricordare un’altra mia gaffe di altissimo livello. Anni fa, durante una festicciola, un voce alle mie spalle ha sentenziato il più classico “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. In automatico, tanto per contribuire all’ilarità generale, ho aggiunto l’altrettanto famoso corollario di questa legge universale: “e chi non sa insegnare amministra”. Non appena terminata la frase, ho notato che l’ilarità si era azzerata in un attimo, sostituita da un silenzio glaciale. Il motivo? Quasi tutti i presenti erano politici più o meno di professione. Come può immaginare, nessuno si è astenuto dal farmi sapere quanto ha apprezzato il mio commento.

Potrei continuare con altri aneddoti, pescati qua e là nel mio repertorio di vita vissuta. Potrei, ma non lo faccio per non lasciarmi andare alla logorrea. Come potrei anche dedicare lo spazio rimanente a parlarle dei libri che ho scritto e pubblicato con case editrici rigorosamente non a pagamento. Potrei dilungarmi sui romanzi che giacciono in un cassetto del mio computer in attesa che un grande editore li scopra, e me con loro. Potrei avanzare una velata richiesta di segnalazione da parte sua, magari una parola sufficiente a far arrivare un mio manoscritto sulla scrivania di qualcuno che potrebbe leggerlo invece che destinarlo immediatamente al cestino della carta da riciclo. Potrei, ma qualcosa mi dice di non farlo. Vado verso la libreria e cerco il suo “Gli italiani la sanno lunga… o no?”. Mi basta la lettura qualche pagina per ricordarmi cosa pensa di chi si affida alle raccomandazioni per emergere. Non vorrei fare la stessa fine della giornalista raccomandata da un prelato. E così desisto.

Be’, anche questa storiella, in parte mancata, porta con sé un lato positivo: se avessi dato retta all’istinto, senza fermarmi a riflettere, sarei finito per aggiungere una gaffe alle tante di cui già mi fregio. Per fortuna, questa volta, mi sono trattenuto.

Rinnovando la consueta stima che nutro per lei, ne approfitto per inviare i miei migliori auguri a lei e a sua moglie.

19/12/10

Pater Noster – I primi commenti

E finalmente arrivano i primi commenti su Pater Noster. Certo, ci sono gli articoli pubblicati in questo periodo, ma il vero polso della situazione lo si ha sentendo i commenti dei lettori.
Ho cercato Pater Noster su Google” mi informa un amico. “Però per trovare il libro ho dovuto scorrere diverse pagine”. È vero, mea culpa. Avrei dovuto fare qualcosa per spostare alle pagine successive duemila anni di cristianità, tanto per far posto alla raccolta. Prometto che il 2011 sarà interamente dedicato a perseguire questo scopo.
Ho finito il libro” mi dice una lettrice. “Hai fatto in fretta” le rispondo. “Ti ha preso così tanto?” “No” risponde lei. “Solo che sono andata dal medico e c’era molto da aspettare”. Beata sincerità.
Una ragazza, con un malcelato sguardo di rancore negli occhi, mi dice “Sono andata in centro, da Feltrinelli, e non ce l’avevano”. Il tono è alto, e la frase è pronunciata di fronte a diverse persone che girano la testa accorgendosi della provocazione. Mi sembra di vedere le rotelle dei loro cervelli girare vorticosamente: se non era disponibile in una libreria importante vuol dire che il libro… “Pater Noster sta andando così bene” dico io senza mostrare il minimo fastidio “che, probabilmente, avranno esaurito tutte le copie”. Se la invito al prossimo V-day, dite che faccio male?

08/12/10

Filippo di Vittorio Alfieri - A teatro (2)

Torino. Teatro Carignano. Scena altamente drammatica. Di fronte alla giovane seconda moglie, Isabella, il Re Filippo incalza il figlio Carlo accusandolo di tradimento e cospirazione. In realtà Filippo spera che Carlo e Isabella si tradiscano e mostrino i segni della passione che li unisce.

FILIPPO (a Isabella)
Tel deggio, ed a te sola io ‘l deggio. Per te il mio sdegno oggi ho represso, e in suono dolce di padre, ho il mio figliuol garrito. Pur ch’io pentir mai non men debba!
(a Carlo) O figlio, a non tradir sua speme, a vie piú sempre grato a lei farti, pensa.
(a Isabella) E tu, regina, perché piú ognor di bene in meglio ei vada, piú spesso il vedi,... e a lui favella,... e il guida.
(a Carlo) E tu, la udrai, senza sfuggirla. – Io ‘l voglio.

Escono Carlo e Isabella, e Filippo resta solo con Gomez, il suo fidato servitore.

FILIPPO: Udisti?
GOMEZ: Udii.

Un cellulare, in platea, comincia a suonare.

FILIPPO: Vedesti?
GOMEZ: Io vidi.

Il cellulare emette un fascio di luce che taglia l’oscurità del teatro.

FILIPPO: Oh rabbia!

In quel momento ho pensato che l’attore si rivolgesse al cretino col cellulare acceso. Mi è anche balenato per la testa che la scena fosse concordata. Poi Filippo ha proseguito.

FILIPPO: Dunque il sospetto?...
GOMEZ: È ormai certezza...

Sì, condivido: il cretino è proprio un cretino.

05/12/10

Racconti Corsari 2010 - 2 giugno 1946 di Elena Maria Pramauro

Prefazione al racconto "2 giugno 1946" di Erica Maria Pramauro, vincitrice della sezione Over 18 del concorso Racconti Corsari.

La strada che si stende di fronte a Maria è colma di opportunità. Alle spalle di questa giovane c’è la Seconda Guerra Mondiale, con il suo strascico di guerra civile capace di annullare una “sorda, ostinata innocenza”, la sofferenza, gli stenti, la sopraffazione e l’incertezza di un futuro quanto mai ineluttabile.
Eppure le cose cominciano drasticamente a mutare. La rinascita dell’Italia si accompagna a un nuovo e forte ruolo che le donne vogliono esercitare nelle scelte della Nazione, quasi una ricompensa dopo anni di stenti. Maria è conscia che “ci sarebbe stato un tempo per ricordare, per fare i conti con il passato, per onorare la memoria degli spettri che aveva incontrato (…) ma quel giorno si votava, anche le donne votavano, e lei era felice”.
E così che Maria si prepara a quel 2 giugno 1946, indossando le calze di nailon che un militare americano le aveva regalato, cercando di tenere a bada l’ansia di sbagliare nel mettere la croce sulla scheda, facendosi pettinare dalla madre.
È una giornata fondamentale, sotto diversi profili: lo è per gli italiani che cercano di rialzare la testa dopo anni di guerra e di dittatura, messi di fronte alla scelta tra monarchia e repubblica; lo è per le donne, decise a non accettare più con passività le decisioni di altri, e che stanno mettendo in moto un processo di emancipazione che non si arresterà nei decenni successivi; lo è per i giovani, che possono finalmente posare i fucili e scendere dalle montagne su cui hanno combattuto come partigiani, per improvvisare “in casa sale da ballo”; lo è per Maria, in attesa di un amore rimasto sospeso a causa della guerra.
Le vicende generali e personali si intersecano e si intrecciano, procedendo all’apparenza di pari passo, per poi mostrare come la vita sia spesso capace di riservare sorprese che vanno al di là delle nostre aspettative e delle nostre speranze.
Nonostante la sua giovane età, l’autrice presenta un racconto in cui diversi livelli di narrazione mescolano una particolare sensibilità personale, mostrata in particolar modo nella descrizione di piccoli gesti di affetto e di cura, alla consapevolezza dell’importanza di far rivivere, negli occhi di una ragazza che si sta trasformando in donna, i valori e le vicende fondanti del nostro Paese. Perché “quel giorno era il 2 giugno 1946, non c’era più la guerra e tutto tornava a essere possibile”.

02/12/10

Racconti Corsari 2010 – La premiazione


Sabato 27 novembre, Caselle.
Dario De Vecchis, presenta il libro scaturito dalla settima edizione del concorso letterario Racconti Corsari, che resiste anno dopo anno con l’impegno volontario di molti e con lo sguardo sempre rivolto a una iniziativa sociale da sostenere. In un momento caratterizzato da tagli generalizzati alla cultura, quello che sembra un impegno da poco, diventa una montagna da scalare.
Il Presidente di Giuria, Gianluca Favetto, ha sottolineato l’incremento qualitativo dei racconti vincitori, sintomo di buona salute del premio. Sulla crisi della cultura ha ricordato, con una metafora, che l’italiano è una delle poche lingue in cui, nel verbo essere, la coniugazione di io (sono) è la stessa di loro (sono), un invito sotteso a non scegliere la via semplice e sicura della relazione con noi quanto quella del confronto con chi è diverso per idee o senso di appartenenza.
Elena Miglietti parla del problema della comunicazione in pillole. La premiazione è argomentata, analizzata, fonte di discussione, ben lontana dal linguaggio stringato e pulito della pubblicità, che oggi viene purtroppo applicato a tutti gli ambiti della comunicazione, cultura compresa. A queste pillole che ammalano e non curano, è ancora preferibile l’accusa semplicistica e abusata “oggi scrivono proprio tutti”.
E poi le voci, quelle che, per scherzo ma forse nemmeno tanto, registro ogni volta.
“Faccio una citazione di uno scrittore, sicuramente importante, ma di cui non ricordo il nome”. Domanda: è la citazione a rendere lo scrittore importante o lo scrittore a partorire frasi indelebili?
E poi, alle 12:48, nella sala irrompe un bambino. “Mamma!” grida. “Andiamo via!”
Sipario.