29/06/10

Frasi giugno 2010

Incidente gravissimo
Aveva le costole inclinate.

Genitori rassegnati
Lui: “Dov’è Ester?”
Lei: “È di là che urla”.

Malattie
“Risalgo la corrente come una trota salmonellata”.

Fallimenti informatici
“La serata è stata un floppy”.

Festeggiamenti
Il Presidente della Pro Loco, piuttosto alticcio: “Vi ringrazio di essere venuti. È stata una festa bellissima. Cosa volete di più?”
Una voce anonima dal pubblico: “Che bevi di meno!”

25/06/10

Regole utili e regole inutili

Nel tema di maturità avevo scritto (per errore, lo giuro) “La Coscenza di Zeno”. Quando all’orale me lo fecero notare rimediai cospargendomi il capo di cenere e recitando le tre eccezioni dello scie: scienza, coscienza e usciere.
Uno dei capitoli che mi hanno più divertito del libro “Inaspettatamente Prof” di Gigliola Magnetti (oltre agli svolgimenti del tema “Chi sei? Cosa vorresti essere? Cosa vorresti fare da grande?”) è quello dedicato alle regole grammaticali. Alle ragazze di un corso professionale, Gigliola spiega come fare il plurale delle parole che terminano in cia o gia.
Ok, non siate imbarazzati: un ripasso fa bene a tutti.
Se la desinenza è preceduta da una vocale (camicia) il plurale mantiene la i (camicie); se è preceduta da una consonante (provincia) perde la i nel plurale (province). Idem per le parole che terminano in gia: ciliegia diventa ciliegie e pioggia diventa piogge.
Ok, allergia non conta: l’accento cade sulla i e quindi al plurale diventa allergie.
Ok, la Fallaci poteva scrivere quel che voleva: per lei ciliegia diventa ciliege. Muti.
Parco del Valentino, di fronte al castello, qualche tempo fa. Un tizio esprime il seguente concetto: “I professori oggi non gl’imparano più agli allievi i cosi importanti”.
A volte penso che le regole siano noiose e inutili. Meno male che, ogni volta, c’è qualcuno che mi fa cambiare idea.

22/06/10

Il tema (2)

Tempo fa mi ero divertito a immaginarmi a svolgere, privato dell’innocenza dal tempo e dalla vita, i temi dei bambini delle elementari.
Uno stimolo analogo mi ha assalito durante la lettura del libro di Gigliola Magnetti (“Inaspettatamente Prof” – Neos Edizioni). Alle ragazze di un corso professionale, la Prof.ssa Magnetti ha chiesto di esprimersi su “Chi sei? Cosa vorresti essere? Cosa vorresti fare da grande?”.
Ok, non è un tema da esame di maturità, come quello che oggi stanno svolgendo migliaia di alunni delle superiori.
Alla prima domanda dovrei rispondere che si va a scuola per imparare, ma soprattutto per garantirsi un lavoro che ti dia da mangiare; che il lavoro non è tutto, ma occupa la maggior parte della giornata; che scrivere non è solo questione di ispirazione ma di serenità e di mente ben disposta a esternare i frammenti di vita che abbiamo immagazzinato. Ecco, sono il prodotto di questi inevitabili (o irrimediabili) inconvenienti.
Per la seconda e la terza posso riciclare la definizione di Giovane Aspirante Scrittore Famoso
, anche se il “giovane”, anno dopo anno, dovrebbe venire soppresso per motivi anagrafici e di decenza.
Il problema? Che se facessi copia/incolla di questo post, otterrei un voto molto basso. E non reggerei all’insoddisfazione. E così non diventerei mai quello che vorrei essere.
Vedete quante cose negative possono derivare da un brutto voto?

15/06/10

Giornali e letteratura

Era molto tempo che non sfogliavo un giornale, uno di quelli che parlano di cronaca, politica e di tutto il resto. Giro una pagina dopo l’altra, stupendomi di quante parole vengano ogni giorno incasellate per raccontare cosa succede o cosa non succede.
Mi concentro su “tutto il resto” e scopro che gran parte degli articoli parla di libri. Dovrei essere felice. Basta qualche occhiata per farmi capire che non è così.
Scorro un titolo dopo l’altro, uno sulla scrittrice alfiere dell’egotismo, che finge di narrare fatti veri, uno sulle lettere implacabili scambiate da due ex coniugi, uno sulla realtà che si trova solo nelle parole e, in ultimo, un trafiletto sulla scrittura che non si sente a causa del troppo rumore.
Dovrei essere felice dello spazio dedicato ai libri, di queste dieci pagine scarse declinate in -ura (cultura, lettura e scrittura). Eppure scopro che non me ne frega assolutamente niente.
Non mi sento parte di questo mondo, né come lettore né (ancor meno) come Aspirante Scrittore Famoso. Non è questione di snobismo o di uva troppo verde, quanto di lontananza. Leggo in maniera onnivora, forse quantitativamente meno rispetto al passato, ma comunque su livelli sostenuti. Eppure sento queste pagine così distanti dalla realtà, dai miei gusti e da ciò che potrebbe darmi soddisfazione. Mi sento estraneo e mi chiedo se il problema sia mio (inadeguatezza o limitato spessore culturale) o loro (arroccamento intellettualistico o marketing editoriale).
Resto imbambolato a cercare soluzione all’enigma. Poi vado a scaldarmi una tazza di caffè. E mi sento sollevato.

11/06/10

Antonella Griseri (Italia da leggere)


Reduce da una recente presentazione del suo romanzo “Tecla”, curata da Marco Cattarulla per il Circolo Letture Corsare, ecco quattro chiacchiere con Antonella Griseri.

Durante la presentazione hai dichiarato che il tipo di linguaggio che utilizzi ha inevitabilmente portato alla stesura di Tecla, un romanzo gotico. Questa interconnessione tra opera e linguaggio è davvero così inevitabile?
Assolutamente sì. Il tipo di linguaggio che se vogliamo si può definire "classico" nel senso che detiene un'aulicità tipica del romanzo ottocentesco sarebbe difficilmente utilizzabile per una storia moderna che richiede una scrittura più pragmatica e meno poetica.

Le opere precedenti che hai pubblicato sono raccolti di poesie, in cui il linguaggio ha una rilevanza fondamentale. Come può convivere il gotico con la poesia?
Non ho pubblicato unicamente poesie ma anche due romanzi "giovanili": "Nonno Livio" e "Come il fiume". Per quanto riguarda la poesia non potrei definirle "gotiche" se non per le atmosfere o per il "terribile". Ma manca la figura tipica del "gotico" che è il fantasma o l'elemento non umano. Le mie poesie sono storie con un tema dominante (l'infelicità amorosa, la perdita e l'impossibilità di unione fra due esseri amati) che ho ripreso e sviluppato in "Tecla"

In Tecla l’elemento fantastico è limitato alla sola presenza del diavolo che si insinua nella frattura tra uomo e Dio?
Possiamo dire che il diavolo porta con sé altri elementi fantastici che, nella presentazione, Marco Cattarulla ha identificato con gli elementi tipici della fiaba: il bosco stregato, figure che si animano sotto forma di visione e che tentano di impedire la maturazione umana dell’eroe. E anche i simboli dei rituali cattolici, ma visti in chiave di lettura fiabesca, come la "pozione" (l’acquasanta) e l'arma con cui si caccia il cattivo (la croce).

La cosa migliore e la peggiore che hanno detto di un tuo libro.
La cosa peggiore è stata: "Usi parole difficili".
La cosa migliore? Tante persone hanno detto o scritto parole meravigliose. Una mi è rimasta impressa: "Ho letto il tuo libro. Sono sceso all'inferno e ne sono uscito pulito".

Sei stata curatrice della raccolta “cuori nel blog”. Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
Tante cose, in particolare la soddisfazione degli autori quando il libro è uscito e l'emozione di incontrare persone che conoscevo solo su internet, attraverso il blog. Quando ci siamo trovati per la presentazione dell'antologia è stato bellissimo vedere "dal vivo" quegli amici che trovavo ogni giorno dietro una foto di un nickname. È stata quasi magia, come se si fossero animate figure virtuali e divenute persone in carne ed ossa.

08/06/10

Un giorno di ferie

Non scrivendo (letteratura) per mestiere, il tempo per la scrittura non può che essere rubato alle altre occupazioni. E quando non si può smettere di dormire, non si può che prendere un giorno di ferie da dedicare a carta e penna.
Le cose, però, non vanno sempre nella direzione sperata. Mi sveglio tardi. Poi la colazione (con calma), la lavapiatti da svuotare, i panni da stendere, il letto da rifare. Poi la televisione. Non si dovrebbe, soprattutto la mattina, però la tentazione è forte. Il risultato è che resto ipnotizzato di fronte a una dimostrazione della funzionalità di uno sminuzzature elettrico.
È un apparecchio geniale. Due lame che mescolano, triturano o sminuzzano a seconda delle necessità. Mi accoglie un tripudio di pezzi di verdure e frutta variopinti che si accumulano in ciotole e scodelle. Lo voglio. È impedibile. Come posso farne a meno? Ok, non mi piace né la frutta né la verdura, però… come resistere quando lo chef mette dei cubetti di cemento (!) nell’apparecchio e li riduce in polvere? “Questo non vuol dire che a casa vostra mangiate il cemento” aggiunge. Un genio della comunicazione.
Dovrei sedermi di fronte al computer. Eppure una botta di sonno tardiva mi abbatte. Mi sdraio (ma solo per un momento) sul divano. Dormo (ma solo per un momento). Quando mi sveglio (ma solo per un momento) è passata da un pezzo l’ora di pranzo.
Quando mi metto a scrivere sono le quattro di pomeriggio. Ma alle cinque c’è la palestra.
L’unica soluzione? Un altro giorno di ferie. Domani, magari. Sperando che qualcosa sia diverso. Con una sola eccezione: toglietemi tutto, ma lo sminuzzature no.